FOLKRORE - Sa pintadera V9

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FOLKRORE

SARDEGNA
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Il ballo tondo, i canti polifonici, le zampogne tipiche, la narrativa tradizionale: strettamente legato alle pratiche religiose e al tempo della festa, il folclore sardo ha declinato in forme autonome e caratteristiche i tipi e i motivi di alcune tradizioni popolari mediterranee ed europee.


In generale in Sardegna il tempo libero è fortemente caratterizzato dal sacro, tanto che si può dire che la pratica religiosa, e in particolare la festa, sia la sola forma di uso commendevole del tempo disponibile oltre le necessità del lavoro. Di queste occasioni festive, universalmente noti, e quasi simboli del folclore sardo, sono il ballo tondo, le launeddas, il canto a tenore, le acrobazie metriche dei mutos e mutettus e di altre forme metriche che trovano celebrazione nelle gare poetiche in ogni sagra paesana o rionale. Le launeddas, esclusive della regione meridionale, attestate fin dal XVIII secolo e di cui si è voluto riconoscere un prototipo in un bronzetto nuragico, sono una specie di zampogna senza sacco, di tre canne che si imboccano e si suonano contemporaneamente, mantenendo un flusso d’aria continuo secondo una tecnica che del cavo orale fa una sacca d’aria. È strumento largamente usato in passato anche nelle funzioni sacre, da cui sono rimasti invece esclusi sia la chitarra, di introduzione cinquecentesca dalla Spagna, sia l’organetto o fisarmonica, di introduzione italiana nel XX secolo. Ignoti alla tradizione sono gli strumenti ad arco.

Le varietà di ballo tondo sardo sono molte, anche se tutte sostanzialmente unitarie, e quantunque siano ricollegabili a molte danze in circolo mediterranee e dell’Oriente europeo. Di esso si discutono ancora i rapporti di primazia o di derivazione con la sardana di Catalogna. Tipico è il ballo tondo che si esegue col solo canto vocale dei ballerini stessi o di altri. Se il Sud è l’area della polifonia strumentale delle launeddas, il Centro-Nord è quella della polifonia vocalica a tre, quattro e cinque voci. A proposito del canto, unisono o polifonico, non si può trascurare il fatto caratterizzante che esso è prima di tutto legato e funzionale alla messa in forma di un testo poetico, che cioè è il testo l’importante, rimanendo la melodia e il ritmo un ausilio alla composizione del testo: la parte musicale resta infatti fortemente cristallizzata in forme stereotipe. Il canto è di solito una piattaforma stabile su cui si intessono le costruzioni metriche più o meno complicate. Le forme metriche sarde sono del resto molte, con parentele in aree vaste spazialmente e temporalmente, ma le più usate, specialmente nell’improvvisazione non spettacolare delle gare poetiche, sono i mutos logudoresi e centrali e i mutettus di area linguistica campidanese, profondamente simili per il puntiglio metrico compositivo, con frattura di senso tra le parti di cui sono composti (isterria e torrada).

Anche la narrativa tradizionale, sebbene popolata di cogas (la variante sarda delle streghe), panas (fantasmi di donne morte di parto), janas (una specie di corrispettivo locale delle fate), di diavoli più o meno cristianizzati e di folletti, è un complesso stratificato in cui si trovano, spesso in panni non molto cambiati, i tipi e i motivi della favolistica europea e mondiale, tanto che è quasi impossibile trovare qualcosa che non sia riscontrabile altrove: da Cenerentola (Mariedda) ai racconti d’animali, dai racconti storici alle leggende di fondazione di santuari e altri luoghi di culto, dagli scherzi agli aneddoti, dalle narrazioni formulari alle leggende locali, dai racconti di banditi ai grandi cicli cavallereschi medievali. In Sardegna non sono esistiti, a memoria d’uomo, dei narratori specializzati e tanto meno professionisti, ma esiste ancora la specializzazione semiprofessionale dei cantadores, poeti estemporanei che si esibiscono nelle gare di improvvisazione, sui palchi delle sagre estive, spesso rinomati in tutta l’isola, di varia provenienza sociale e di vario grado di istruzione scolastica, dove non mancano le donne, le quali però sono per tradizione più esperte narratrici, forse soprattutto perché la narrativa tradizionale ha anche qui scoperte funzioni di educazione e di ammonimento.

 
 
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